VERSO NORD
La zona definita anche Grande Norte è composta dalle Regioni I Tarapacà, II Antofagasta e III Atacama.
Tutta la regione è stata fino al secolo scorso legata al Perù più che al Cile centrale, sia per questioni politico-economiche sia per le origini etniche della popolazione.
Geograficamente la regione è caratterizzata dai deserti, sia sabbiosi che salati, dalle regioni dell’altipiano brullo e desolato e dalle onde dell’Oceano Pacifico come limite occidentale. Verso il confine orientale una serie di vulcani, ora attivi ora spenti, si stagliano verso cieli sempre limpidi e luminosi.
A nord il Perù, a est la Bolivia, hanno influenzato fortemente la cultura della regione fin da epoche pre-incaiche. Le popolazioni costiere erano raccoglitrici, cacciatrici e barattavano con i popoli dell’interno i loro prodotti. Lungo le vie carovaniere realizzavano enormi disegni stilizzati sulle pendici delle montagne, i pintados. La cultura di Tiwanaku prima e quella incaica poi hanno fortemente influenzato la regione, soprattutto nel deserto di Atacama, apportando notevoli trasformazioni alla cultura.
Dopo la conquista spagnola tutta la regione apparteneva al Perù e alla Bolivia. Era una zona ricca di miniere ed erano migliaia i Cileni che vi lavoravano. Inoltre migliaia di Cinesi erano stati portati a lavorare qui con contratti capestro da cui non potevano più liberarsi. Questioni economiche e politiche scatenarono la Guerra del Pacifico nel 1879 tra i tre paesi confinanti e dopo cinque anni di combattimenti, nel 1884, il Cile riuscì ad annettere ai propri territori tutta la regione, ricca di rame, argento e nitrati.
La Bolivia perse il suo sbocco sul mare, il Perù perse la sua parte meridionale, ma ben presto anche il Cile perse l’interesse economico della produzione mineraria. A partire dagli anni ’40 la sostituzione delle materie prime con l’industria petrol-chimica fece chiudere progressivamente salnitrere e guanere, rendendo la zona meno interessante dal punto di vista economico.
Tante delle cittadine della regione erano nate sulla scia dello sviluppo minerario: molte sono state abbandonate completamente, alcune si sono trasformate e riconvertite alle nuove esigenze economiche. Ci sono porti industriali come Iquique, fabbriche di farine di pesce a Tocopilla, industrie per la trasformazione di minerali minori a Calama, cittadine dedite all’industria conservatoriera di frutta come Copiapò, si stanno sviluppando cittadine che vivono di turismo, come San Pedro di Atacama.
In generale il Grande Norte è una regione affascinante soprattutto per il suo ambiente naturale così insolito per noi europei.
Si parte dalla costa battuta dalle onde dell’Oceano, dove la garua, la nebbia mattutina, si dissolve puntualmente verso le 11.00. Proseguendo verso l’interno si incontrano le prime alture della Cordillera Costiera che bloccano i venti provenienti dal mare e dove i pintados indicavano la strada alle carovane. All’interno, la pampa dei Tamarugal si alterna a vasti salar aridi dove non esistono forme di vita. Si risale di nuovo verso l’Altipiano, ricco di lagune salate, di risulta dall’antico sollevamento delle Ande: si prosciugano lentamente per evaporazione lasciando sulla terra vaste distese di sale. Ma dove c’è ancora acqua bassa passeggiano pigri fenicotteri rosa e grigi dalle splendide ali rosse e nere. E infine, ancora più a est, una serie di vulcani che superano i 5000 m separa la regione cilena dalla Bolivia e dall’Argentina. Sono vulcani come li disegnerebbe un bambino, a cono, con sopra la neve e a volte laghi dentro le caldere. Alcuni sono ancora attivi, zone di geiser e fumarole ci ricordano che la terra è ancora viva sotto la crosta di roccia e di sale.
REGIONE III: COPIAPO’, CALDERA, OJO DEL SALADO
La regione, chiamata anche Norte Chico, è una regione di transizione tra il Norte Grande di Arica e Iquique, arido e desertico, e la regione del Cile centrale dove il clima è di tipo mediterraneo. La regione è famosa per i numerosi giacimenti minerari, soprattutto di argento, di rame e di ferro: le montagne sono solcate da irreali colate colorate di materiali di scarto, terre ossidate e minerali affioranti. Tutto l’ambiente ha un aspetto favoloso, soprattutto quando ai piedi delle montagne si risveglia la vegetazione dando origine al fenomeno del deserto fiorito. Migliaia di fiorellini assorbono la poca umidità della notte e delle deboli piogge per fiorire tra la sabbia come per magia.
Capita spesso che l’aereo Lanchile proveniente da Santiago non possa atterrare a Copiapò a causa del forte vento. Viene quindi dirottato all’aeroporto di El Salvador, in attesa che a Copiapò le condizioni atmosferiche migliorino. L’aeroporto di El Salvador compare dall’alto come per incanto in mezzo al nulla del deserto: una striscia di asfalto come se fosse la pista di atterraggio per astronavi extraterrestri… La cittadina non si vede, lontana in un canyon, qui è solo deserto e cielo. Tutto attorno dune di sabbia, colline brune, verdastre, arancioni, rossicce, giallastre: si tratta della zona mineraria più ricca del paese.
Nel cuore della III regione
Copiapò più che una cittadina mineraria ha l’aspetto di un centro rurale: immersa tra filari di viti e alberi da frutta, ha un’intensa attività legata alla produzione di frutta fresca e conservata. Gli alberi verdissimi contrastano col deserto circostante e i sistemi di irrigazione testimoniano processi tecnologici non indifferenti.
Ma le sue origini legate all’industria mineraria sono presenti ovunque: qui arrivarono la prima ferrovia del Sud America, nel 1849, il primo telegrafo, la prima linea telefonica, il primo stabilimento per la produzione del gas… Nel cortile dell’Università, ex Scuola Mineraria, c’è in bella mostra la prima locomotiva, costruita dai fratelli Norris, che percorse il tratto Copiapò – Caldera 150 anni fa.
Di Copiapò visitiamo la bella Piazza Prat, coi suoi alberi del pepe, attorno a cui ruota la vita della cittadina: la Cattedrale, la Municipalidad in un vecchio palazzo signorile, le banche, gli hotel, il mercatino dell’artigianato, gli uffici turistici della Sernatur.
La strada da Copiapò a Caldera attraversa il deserto, a tratti ancora fiorito, a tratti brullo. Le montagne sullo sfondo fanno da cornice, fino a quando a occidente non compare l’Oceano!
Caldera è un paesino ordinato e piacevole appoggiato alle onde dell’Oceano. Nata come appendice di Copiapò, di cui costituiva l’accesso al mare, si è sviluppata poi di vita propria con il turismo. Le case in legno, la piazza, la chiesa di San Vincente, la stazione ferroviaria del 1850, ricordano ancora l’epoca coloniale. Ma la presenza di tanti giovani che passeggiano sul lungomare la sera ci ricorda che non siamo più in sonnolente epoche lontane. Sul lungomare una statua gigante in pietra guarda verso casa, verso quell’Isola di Pasqua lontana all’orizzonte. Poco più in là il monumento a Jacques Cousteau ricorda l’oceanografo che tanto amò il mare e i suoi abitanti.
Verso la Cordillera
Il Cile è un paese lungo 4000 km con una spina dorsale montuosa, la Cordillera Andina, lunga altrettanto. Moltissime delle sue montagne superano i 6000 m e attirano quindi quel turismo “d’alta quota” legato all’alpinismo.
L’alpinismo europeo è stato da sempre attirato dalla Patagonia, tant’è vero che molte delle vette in questa regione sono state salite da scalatori italiani, francesi, inglesi e tedeschi. La Patagonia, come dice giustamente Silvia Metzeltin, evoca sogni di avventura, per la sua stessa posizione geografica alla fine del continente, alla fine del mondo. Gli alpinisti, nel loro cercare sempre il limite dello spazio geografico, sono attirati dalle estremità: la vetta più alta, la punta terminale di una penisola, la fine di un continente.
Ma le vette più alte del continente non sono in Patagonia, bensì più a nord, sul confine tra Cile, Argentina e Bolivia. Qui le montagne sono in realtà vulcani: la Cordillera delle Ande Meridionali è costituita da lunghe file di vulcani alternati ad altipiani desertici.
La montagna più alta di tutta l’America meridionale è l’Aconcagua (6959 m), in territorio argentino, sulla stessa latitudine di Santiago del Cile. L’Aconcagua è meta sognata da tanti alpinisti proprio per la sua altezza. Esalazioni sulfuree lungo i suoi versanti l’hanno resa leggendaria per i malori che gli alpinisti rischiano durante la salita.
Poco più basso l’Ojo del Salado (6893 m), nella regione di Copiapò, è la montagna cilena più alta.
Partiamo con Maximiliano Martinez e il figlio Sebastian, di Avventurismo Expediciones, per la Cordillera. Sono ben organizzati: si viaggia con un pulmino e un pick up d’appoggio che trasporta carburante, vettovaglie, tavoli e sedie. Il viaggio è lungo, lentamente si sale in quota senza accorgersi.
Attraversiamo le rovine di Puquio, villaggi minerari abbandonati, montagne di scorie di rame frutto di estrazioni passate, montagne dai colori irreali, per noi abituati a monti di granito grigio e calcare bianco. Chissà se tutte queste scorie di rame che colorano il paesaggio hanno bruciato la terra con i loro ossidi… non cresce nulla tutto intorno, se non piccoli cespugli di erba gialla.
Verso mezzogiorno arriviamo alla Laguna Santa Rosa, a m 3600 di quota. Il tempo è splendido, i colori vividi e le sagome delle montagne nitide contro il cielo. E’ molto emozionante. La laguna è abitata da decine di fenicotteri rosa che passeggiano nell’acqua gelida.
Maximiliano e Sebastian hanno organizzato un pranzo nel piccolo rifugio di legno sulle rive della laguna. Siamo affamati… sarà la quota?
Tutto attorno al rifugio migliaia di pezzettini di ossidiana lucida: tra questi tanti sono lavorati a testimoniare la presenza di uomini tanto tempo fa. La Laguna era sull’antico percorso degli Inca e ci sono rovine di vecchi insediamenti di passaggio.
Nel pomeriggio proseguiamo il viaggio verso la Laguna del Negro Francisco, 4200 m: è bellissima con i suoi due colori, blu e rosa, e le centinaia di fenicotteri che vi volteggiano sopra.
In serata arriviamo all’accampamento minerario di Maricunga, la miniera d’oro posta a 4300 m, dove ceniamo e pernottiamo. In realtà non dormiremo nella miniera ma nell’accampamento posto più a valle, dove risiedono circa trecento minatori. Questi sono divisi in due turni di lavoro di dodici ore, dalle 8 di mattina alle 8 di sera e viceversa. Un lavoro massacrante che da loro diritto a stipendi piuttosto alti rispetto alla media dei lavoratori cileni, e a turni di riposo di 7 giorni ogni 7 di lavoro.
Tutto il personale della miniera è estremamente gentile con noi: il medico che ci visita, il responsabile dell’accampamento, il cuoco, tutti si prodigano per farci sentire ben accolti in un ambiente non proprio turistico.
Il mattino seguente proseguiamo il viaggio. Animali fantastici ci accompagnano lungo il percorso: guanacos, fenicotteri, il condor, una volpe impaurita… Passiamo sotto il Vulcano Copiapò, bellissimo nei suoi colori di metalli ossidati, sotto il Nevado Tres Cruces, sotto l’Ojo del Salado, 6893 m.
Siamo passati sotto l’Ojo del Salado con Sebastiano Martinez, ingegnere minerario e guida alpina che organizza salite al vulcano attivo più alto del mondo. Ci vuole poco più di una settimana per salire fino alla vetta: bisogna fare dei campi di acclimatazione prima di salire. La salita non sembra presentare particolari difficoltà tecniche, si tratta di una lunga camminata su terreno misto. La sua difficoltà è rappresentata dalla quota, dal freddo e dalle raffiche di vento. Ci sono due rifugi lungo il percorso, uno a 5100 m e il secondo a 5750 m. I rifugi sono in realtà dei parallelepipedi di lamiera, vecchi containers riadattati, che servono perlopiù a ripararsi dal vento o dalle nevicate notturne. Quello più in alto, il rifugio Tejos è dedicato al pilota di un elicottero precipitato nella zona durante una ricognizione mineraria.
Giriamo attorno al vulcano con calma, Sebastian mi spiega la salita nei dettagli: le tappe, le quote, i rifugi, le soste. Si vede che fa questo lavoro con passione, gli piace la “sua” montagna, vorrebbe che tutti l’amassero come lui. Mi spiega anche di che attrezzatura dispongono, come si organizzano: i permessi, il cibo, l’acqua, le tende, le corde… Viene voglia di partire subito.
Più a valle si sosta nel rifugio sulle rive della Laguna Santa Rosa, a 3600 m, o sulle rive della Laguna Verte, a 4200 m. Qui si sosta prima della salita per abituare l’organismo alla quota. Il fisico deve reagire all’aria rarefatta e alla carenza di ossigeno producendo una maggior quantità di globuli rossi. Quindi bisogna dare il tempo all’organismo di organizzarsi e adattarsi alla nuova situazione. Si consiglia sempre agli alpinisti che salgono in quota di dormire a tappe intermedie, e possibilmente di scendere a valle a intervalli prima di risalire, per evitare pericolosissimi edemi.
I due rifugi sulle rive delle Lagune sono utilizzati per la sosta anche da turisti di passaggio che visitano la zona. Da qui si gode un’ottima vista sul Nevado di San Francisco (6018 m), sul Nevado Incahuasi (6621 m) e sul Nevado de Tres Cruces (6753 m). I tre “Nevadi” sono vulcani, con la loro caratteristica forma conica, spruzzati di neve sulla cima. Un bellissimo spettacolo davvero.
Proseguiamo verso la Laguna Verte, 4200 m. La laguna compare all’improvviso dietro una curva, splendida nel suo color verde smeraldo che contrasta con il bruno delle rocce attorno. Anche Diego de Almagro deve averla vista, nel 1535 quando arrivò da Cuzco attraverso il passo di San Francisco. Ma il viaggio attraverso gli altipiani desertici lo aveva sfinito, aveva decimato il suo esercito e scoraggiato i superstiti… non sappiamo se apprezzò la bellezza della laguna così come abbiamo fatto noi…
Accanto alla laguna una pozza di acqua calda termale invita al bagno: una sfida contro il vento gelido, contro la quota, contro ogni regola di buon senso.
L’oceano Pacifico
Il giorno dopo visitiamo Bahia Inglesa, località balneare tra le più famose della costa. Il tempo è nuvolo, c’è quasi la nebbia: scopriamo che il cielo è così tutte le mattine per rasserenarsi verso le 11 del mattino. Bahia Inglesa si sta sviluppando turisticamente ora: stanno costruendo nuovi alberghi, nuove infrastrutture turistiche, ma è un peccato non esista un centro dove passeggiare, una piazza dove bere un caffè. La spiaggia bianca è meravigliosa, fatta da piccoli frammenti di conchiglie triturate dalle onde. Siamo ancora fuori stagione, sembra che nel periodo natalizio sia presa d’assalto da migliaia di bagnanti. Per ora l’aspetto è quello di tutte le località balneari fuori stagione: tutto chiuso, in costruzione o da ristrutturare. La baia è centro di allevamento di mariscos di ogni tipo: boe galleggianti poste a distanza regolare indicano la presenza di gabbie piene di ostriche, vongole, capesante…
Facciamo un giro con la barca di Don Alejandro Montero che ci porta a Morro Ballena per vedere leoni marini, foche, nutrie, pinguini e migliaia di uccelli. La costa a sud di Bahia Inglesa è una riserva naturale protetta, popolata da una ricca fauna rumorosa al nostro passaggio.
E’ una gita piacevole, di sicuro effetto su di noi che ci rilassiamo sulle onde dell’Oceano dimenticando la strada sconnessa del giorno prima. Don Alejandro ci fa visitare la sua coltivazione di ostiones: ne va giustamente fiero e ci fa assaggiare i frutti di mare accompagnati da ottimo vino bianco “Del Diablo”.
REGIONE II: SAN PEDRO DI ATACAMA
“Alle dieci del mattino il deserto di Atacama si mostrava in tutto il suo spietato splendore, e io capii definitivamente perché la pelle dei suoi abitanti appare vecchia prima del tempo, segnata dal sole e dai venti impregnati di salnitro”. (Luis Sepulveda, Le rose di Atacama)
San Pedro di Atacama mi appare come un’oasi felice per il turista: qualche negozio in più, agenzie turistiche, internet cafè, alberghi un po’ di tutti i tipi, ristoranti…
Il museo archeologico Gustavo La Paige , costituito dal prete belga Gustavo la Paige e dall’Universitad del Norte (Antofagasta), raccoglie materiale dall’epoca paleolitica alla conquista spagnola. Le vetrine sono ben ordinate, con didascalie esaurienti e precise. E’ una tappa obbligata per chi voglia comprendere la cultura Atacamena, e allo stesso tempo piacevole per chi voglia anche solo dare una scorsa alla storia locale. Nel Museo sono in vendita pubblicazioni dell’Universitad del Norte, anche relative al Museo di Iquique, a Pintados e altro.
La zona è archeologicamente molto ricca di cultura millenaria. Nell’interno del paese prevaleva la cultura Atacamena. La ceramica era raffinata: nera, rossa, graffita, con una grande quantità di forme globulari per i liquidi, per la fermentazione del mais (la chicha). Lentamente si sviluppò una cultura ricca, dove i Signori Atacameni si adornavano di gioielli in pietre semipreziose e conchiglie. Facevano uso di allucinogeni durante rituali religiosi: il puma divenne il simbolo della forza divina che l’uomo può raggiungere tramite le droghe.
Tra il 400 e il 1200 d.C. la cultura di Tiwanaku, originaria degli altipiani boliviani attorno al lago Titicaca, influenzò pesantemente la cultura Atacamena: la tessitura divenne raffinata, la ceramica si arricchì di policromie e nuove forme, il culto del Sole prevalse su altri culti.
Attorno al 1400 anche gli Incas estesero la loro influenza sulla zona, ma non si trattò di una nuova cultura che si imponeva, ma piuttosto di una evoluzione raffinata di queste culture già presenti. Il culto del Sole permase, seppur arricchendosi di significati politici, la situazione sociale si perfezionò nella divisione in classi, il culto dei morti persistette nella mummificazione. La vita quotidiana si arricchì di nuovi elementi come la ceramica policroma e nuovi disegni per la tessitura. Gli scambi commerciali garantivano una maggior varietà alimentare. Tutto il regno incas, dalla costa alle Ande, da nord a sud, partecipò al grande scambio economico reciproco arricchendo così ogni regione, anche se in questo modo si appiattivano e livellavano le differenze culturali delle singole zone.
Al centro del paese la Plaza de Armas ci accoglie coi suoi alberi ombrosi e la chiesetta bianca. Invita al relax questa piazza, invita a sedersi davanti a un caffè e chiacchierare.
Acqua e sabbia
Le Terme di Puritana sono un luogo di sosta molto piacevole e rilassante. Le varie pozze d’acqua termale, calda in mezzo alla vegetazione rigogliosa, e circondate dal deserto, sono un vero spettacolo per gli occhi e…la pelle.
Philippe Reuter, dell’agenzia Azimut, ha organizzato un ottimo pasto sul bordo delle pozze, ne approfittiamo per un momento di relax.
Verso sera l’escursione nella Valle della Luna ci appare spettacolare: dune di sabbia, rocce, pinnacoli, fanno da scenario al tramonto del sole. Più tardi sorge un’enorme luna quasi piena che illumina il deserto con una luce opalescente irreale.
Ci rotoliamo a piedi nudi giù da una grande duna, come bambini che hanno voglia di divertirsi. E Philippe si diverte con noi offrendoci a sorpresa un aperitivo musicale ai piedi della grande duna, illuminata dalla luce della luna… pisco sour e musica andina per concludere in modo perfetto questa giornata.
Le saline nel deserto di Atacama
Nella regione di San Pedro di Atacama, i vulcani sono immersi nello spettacolare scenario del deserto più arido del mondo.
Appena alle spalle del paese il vulcano Licancabur (5916 m) fa da sfondo ad ogni inquadratura. E’ un cono perfetto e nella sua caldera piena d’acqua hanno persino portato delle canoe…
Da qui l’acqua non si vede, ma ci crediamo ugualmente perché qui tutto è fantastico, tutto è possibile.
Poco più a sud le distese salate della Laguna Chaxa sono contornate da vulcani: Miscanti (5622 m), Chilique (5778 m), Lejia (5793 m), Lascar (5154 m), Cerro del Pili (6046 m), Colachi (5631 m), Redondo (5698 m) e Cerro Toco (5604 m). Tante delle loro cime si riflettono nelle acqua bassa e immobile delle lagune, dove i fenicotteri passeggiano indifferenti a tanto scenario.
Su tutti questi vulcani l’agenzia Azimut di Philippe Reuter organizza salite in giornata, attrezzando la sosta in campi posti alla base delle montagne. Non sono salite particolarmente difficili, assicura Philippe, occorre solo un buon allenamento alla quota.
Anche nella zona incantata del Geyser del Tatio ci sono dei vulcani: Tocorpuri (5808 m), Putana (5890 m) e Sereicabur (5971 m). Sono sul confine con la Bolivia, occorrono permessi particolari se si salgono i versanti orientali.
Se un alpinista volesse sbizzarrirsi nella salita di vulcani sopra i 5000 metri non avrebbe che l’imbarazzo della scelta: può decidere in base alla forma o in base ai nomi curiosi che portano…
I vulcani hanno un fascino in più rispetto alle montagne. Sono montagne vive, che respirano, sbuffano, si lamentano e protestano. Nell’antichità si facevano offerte ai vulcani per placarli, ora si studiano per prevenirne i danni. E l’alpinista che ne sale le ripide pendici sa di andare incontro a un gigante addormentato, che non sempre permette che gli si faccia il solletico.
Facciamo una sosta a Toconao, paesino dalla bella chiesa bianca col grosso campanile isolato e le acque una volta rinomate per la loro purezza. La gente non c’è, chissà dove sono tutti… solo qualche anziano e qualche lama addomesticato.
Più avanti arriviamo alla Laguna Chaxa: è splendida coi suoi colori iridescenti, i fenicotteri che passeggiano pigramente, i piccoli uccelli dal lungo becco. i colori nitidi, l’orizzonte una linea netta, le montagne si specchiano nella laguna e persino i fenicotteri si riflettono con le loro lunghe gambe. Tra il fango e il sale si muove una fauna minuscola e attivissima. Grosse lucertole arancioni passeggiano sui sassi e prendono il sole. Piccoli uccelli, poco intimoriti dalla nostra presenza, con il lungo becco cercano di acchiappare tutti quei piccoli esseri che si muovono nell’acqua bassa. Cinguettano forte: gli diamo forse fastidio e cercano di cacciarci…
Stregonerie ed altre diavolerie…
Meravigliosa il giorno seguente l’escursione ai Geyser del Tatio. La levataccia alle 4 di mattina val bene lo spettacolo offerto dai geyser prima del sorgere del sole: il fumo bianco che nasce dalla terra e si disperde nel cielo ancora buio è davvero magico. Sembra il palcoscenico per un raduno di streghe, scenario infernale alimentato dall’odore di zolfo e dal calore che sprigiona la terra. L’erba ancora gelata dal freddo della notte appare a tratti dietro a fumate bianche e calde, il terreno gelato si alterna a pozze d’acqua bollente.
La via del ritorno verso Calama è lunga, ma attraversa luoghi incantevoli circondati da vulcani e popolati da lama e viscache dalla lunga coda riccia. Valli profonde si alternano a tratti di altipiano brullo. Tutto attorno la cornice dei vulcani: ormai con la loro presenza costante all’orizzonte ci proteggono da ciò che c’è al di là e che non conosciamo.
Sostiamo nel villaggio di Caspana: stanno rifacendo il tetto della chiesa e tutto il villaggio partecipa a questo lavoro collettivo. Le donne battono la paglia e la radunano a mazzi con l’aiuto festoso dei bambini, gli uomini trasportano sabbia e fanno l’impasto per i muri. Tutti partecipano come una volta a questo rito collettivo. Ci chiedono di non fotografare, ci chiedono di non disturbare. Giustamente accettiamo con rispetto, anche se vorremmo restare di più per vedere, per partecipare anche noi.
Ci fermiamo a mangiare nella piazzetta carina del villaggio, sotto le piante, al di là di un ponticello. Visitiamo il Museo locale che raccoglie materiale archeologico, etnografico e geologico.
Più avanti ci fermiamo a Chiu Chiu per ammirare la vecchia chiesa coloniale bianca e massiccia, con le porte e i travi del tetto fatti in legno di cactus. E’ una delle chiese più antiche del Cile. Lo spessore dei muri sottolinea che la costruzione era nata per essere solida, per resistere ai terremoti ma anche alle difficoltà del nuovo culto cattolico, in un Sud America così fortemente legato a culti ancestrali.
Nel recinto attorno, piccole tombe bianche decorate con fiori di carta colorata ci ricordano la precarietà della vita.
Ci sembra un giusto ritorno all’umanità, dopo tanti stupefacenti scenari naturali.
REGIONE I: NORTE GRANDE E CULTURA ANDINA
Lungo la costa pacifica
Dopo Puerto Patillo ci fermiamo alla guanera di Punta Patacche. Ci fa una grande impressione, lo scenario è suggestivo, ma ancor più ci impressiona sapere come funziona una guanera: il materiale accumulato nel corso di migliaia di anni da milioni e milioni di uccelli che qui hanno vissuto e nidificato, la storia dei cinesi alla fine del secolo scorso, del commercio, della costruzione di tanti porti e poi dell’abbandono della produzione. E’ un aspetto del Cile che meriterebbe di essere approfondito.
Più a sud ci fermiamo a Rio Seco: anche qui intuiamo la presenza di una storia millenaria che però nessuno ci può raccontare. La cultura di Chinchorro, che occupava tutta la zona costiera da Arica al Rio Loa, è ancora presente nelle numerose tracce sul terreno. La zona fu interessata da insediamenti umani fin da epoche remote. Tra il 4000 e il 2000 a.C. lungo la costa dell’Oceano si stabilirono popolazioni definite Chinchorro. Erano gruppi familiari che conducevano una vita semi-sedentaria, dediti soprattutto alla caccia dei lobos de mar, i leoni marini. Di questi grandi animali utilizzavano la carne, il grasso, la pelle, i tendini, la vescica, le ossa e quant’altro per cibarsene e per costruire indumenti e oggetti di uso quotidiano. Oltre alla caccia praticavano abbondantemente la raccolta di mariscos, di cui enormi cumuli di gusci fossilizzati sono l’evidente residuo dei pasti. Ci aggiriamo tra cumuli di resti fossili di pasti di millenaria memoria, domandandoci come vivevano quei cacciatori – pescatori – raccoglitori. Un piccolo museo locale raccoglie qualche oggetto, ma è troppo poco rispetto a quello che ci doveva essere un tempo.
Risaliamo la costa fino a Sarmenia, luogo di incanto tra la sabbia del deserto, piccole piante che crescono come per magia con troppa poca acqua, giardino improvviso tra le dune. Ma qui soprattutto si allevano mariscos di ogni tipo, ed è doverosa una sosta culinaria per assaggiare piatti locali di incomparabile bontà.
Il vino ci fa dimenticare tutti i dubbi che avevamo sulla cultura Chinchorro e rimandiamo ad altri momenti le ricerche.
Il Salar Grande di Iquique
Partiamo per la nostra escursione: la strada costiera A1, poi giriamo a est sulla A750 e A770 verso il Salar Grande. I paesaggi sono splendidi: distese di sale a perdita d’occhio, antichi villaggi abbandonati completamente costruiti con blocchi di sale: la pietra qui non c’è e l’unica cosa da fare per poter costruire le case era fare mattoni di sale…
Non c’è alcuna forma di vita in questi luoghi, ne’ insetti, ne’ serpenti: il sale li brucerebbe, e comunque non avrebbero nulla di cui cibarsi, non crescendo nemmeno un filo d’erba… e arriviamo a Pintados.
La zona è protetta, patrimonio dell’Umanità, si paga il biglietto per entrare. I geoglifi sono enormi, adagiati sulle montagne da migliaia di anni, a guardia della Pampa dei Tamarugal, a guardia dei passi verso la zona costiera. Ce ne sono più di 400, indicavano la via alle carovane, proteggevano il viaggio con la loro presenza magica, allontanavano gli spiriti maligni e ricordavano ai viandanti l’importanza della famiglia, della religione, degli ordinamenti sociali. Avevano un significato sociale e geografico oltre che magico e rituale. Verso il 2000 a.C. nella zona avvennero dei mutamenti dovuti ad infiltrazioni culturali provenienti dall’interno del paese. Dalle zone poste a oriente della Cordillera Costiera cominciarono ad arrivare carovane di uomini nomadi che viaggiavano con i lama. Attorno al 1000 a.C. i traffici si fecero più intensi: sulla costa si trovano materiali provenienti dall’interno, sulle alture si trovano conchiglie e pelli di lobos. Dall’interno arrivavano anche nozioni tecniche per la produzione della ceramica, per la filatura e la tessitura. Da cacciatori le popolazioni costiere divennero agro-pastori sempre più stanziali. La stabilità degli insediamenti permise di raffinare le tecniche: la ceramica venne decorata con raffigurazioni antropomorfe, la cesteria sviluppò disegni cromatici, la tessitura utilizzò figure geometriche simboliche.
Mi immagino quanto doveva essere frequentata la zona, se proprio qui avevano deciso di fissare questi enormi disegni, come grandi cartelli pubblicitari, per accompagnare il viaggio delle carovane. La gente una volta si spostava e viaggiava molto di più di quanto siamo disposti a pensare. Ci stupiamo sempre delle distanze percorse, dei numeri dei viaggiatori, della quantità di merci trasportate. Forse non è la nostra la civiltà dei trasporti e delle comunicazioni, ma quella di migliaia di anni fa, che coi mezzi dell’epoca faceva cose davvero incredibili
Proseguiamo attraverso la Pampa dei Tamarugal, suggestiva, triste nella sua arsura che brucia almeno la metà degli alberi… Stanno tentando di reintrodurre queste piante, decimate nei decenni passati dalla necessità di combustibile per gli altoforni delle salnitrere. Dopo aver alterato drasticamente l’equilibrio naturale della zona, ora si sta tentando di ripiantare queste piante contorte e ombrose. Ma è una lotta contro la mancanza di acqua, contro il terreno salato e la presenza costante del vento. Le piante sono tutte piegate nella stessa direzione a causa del vento e bruciate nel lato verso il sole. Vanno curate da piccole, fino a quando le radici non riescono ad allungarsi fino a raggiungere la profonda faglia d’acqua presente parecchi metri sotto terra. Molte muoiono da giovani, non sopportando il sale e il sole, ma quelle che ce la fanno poi diventano centenarie.
Le salnitrere
Arriviamo alla Salmitrera di Humberstone. Qui, incredibilmente, sembrano meglio organizzati turisticamente e in una baracca si vendono depliant, cartoline e vecchie foto. La località sembra il set abbandonato di un vecchio film western: case che conservano solo la facciata, il teatro che ricorda vecchi spettacoli di cabaret, la piscina di lastre di ferro arrugginito (ma di che colore era l’acqua?), la chiesa di legno, i banchi del mercato, l’hotel che potrebbe essere meglio un saloon… ci si aspetta la banda dei pistoleros cattivi sbucare da dietro l’angolo con i cavalli rubati, e invece vecchi pali della luce ci ricordano che l’abbandono risale solo a una cinquantina di anni fa.
“Visitammo villaggi fantasma dalle case perfettamente conservate, le stanze in bell’ordine con tavoli e sedie che sembravano aspettare i commensali. E poi teatri operai, sedi sindacali bramose di rivendicazioni, e scuole con le loro lavagne nere pronte per scrivervi la lezione che avrebbe spiegato la morte improvvisa degli impianti di sfruttamento del salnitro”.
Luis Sepulveda, Le rose di Atacama
Anche la Salnitrera di Santa Laura ha un aspetto terribilmente abbandonato: lamiere che sbattono al vento e sembrano cadere sa un momento all’altro, la ciminiera dell’altoforno che cigola paurosamente, macchinari arrugginiti che sembrano ancor più pericolosi e crudeli di quanto fossero un tempo.
Mi stupisco che in un luogo simile lascino circolare la gente liberamente sotto le lamiere che dondolano, bambini che corrono tra i macchinari, dentro e fuori da baracche che sembrano sul punto di crollare.
In compenso un piccolo museo raccoglie oggetti dell’epoca: nostalgie per antichi giochi, lunghe file quasi macabre di scarpe da bambino, utensili da cucina di cui si è perso il significato.
Verso l’altipiano
Ripartiamo con tutti i nostri dubbi, archeologici e a questo punto anche storici e minerari, per l’Altipiano. I paesaggi non hanno bisogno di troppe spiegazioni, affascinano con i loro colori, i contrasti, le ombre.
Arriviamo a Mamina verso sera, l’ora più dolce per le nostalgie, per i colori e per le foto… Mamina è una zona termale, un’oasi verde in mezzo al deserto, riposo per il fisico dopo tanto viaggio, per gli occhi dopo tante immagini. Approfittiamo per un bagno termale, l’odore di zolfo da fastidio al primo momento, ma poi non si sente più. La zona è molto piacevole, una sosta perfetta in un itinerario di un paio di giorni.
Il giorno successivo purtroppo dobbiamo modificare l’itinerario: un guasto al motore ci fa perdere tre ora la mattina, Raimundo non si fida ad affrontare lunghi percorsi in fuoristrada e optiamo per la via più corta verso il Salar del Hausco.
Ci perdiamo tutta la zona altiplanica di Mosquito de Oro, Cancosa e Callacagua, ma il motore non permette di rischiare… Il Salar comunque è bellissimo, con gruppi di lama con fiocchi rossi alle orecchie che pascolano sulle rive, gruppi di fenicotteri che passeggiano nell’acqua bassa, colori spettacolari nella luce di mezzogiorno, le montagne che fanno da corona al lago e il cielo che così terso non si è mai visto.
Di nuovo sull’Oceano
Scendendo attraversiamo Pica, ci fermiamo a Matilla, mangiamo all’ombra della sua chiesa, compriamo alfajores, dolci tipici fatti col dulce de leche …
Iquique ci appare splendida nella luce della sera, con le onde dell’oceano che si addormentano sulle lunghe spiagge, i viali ben curati e le case coloniali di legno dipinto.
Vado a cercare il Museo Archeologico, in un vecchio edificio coloniale: finalmente capirò di più della cultura costiera. Il Museo è piccolo ma ben organizzato: poche sale ben spiegate, poche ricostruzioni, non troppo scenografiche e abbastanza realistiche.
Il giorno dopo ci aspetta una giornata intensa: abbiamo appuntamento a Rio Seco con un archeologo, autodidatta e appassionato di storia in generale, Don Luis Covarrubias Ornayo, che ci accompagna a vedere luoghi storici. La sua preparazione è varia e un po’ dispersiva: dagli antichi insediamenti Chinchorro, alle salnitreras e le guanere… ma la sua passione per la storia traspira da ogni poro. Ci accompagna alla guanera di Punta Lobos, dove stanno ancora cavando guano per chiuderlo in bianchi sacchi di tela. Pigri leoni marini assistono alle operazioni indifferenti.
Poi ci spostiamo in un villaggio costruito con blocchi di sale, un vecchio porto per l’imbarco del guano sulle navi. Una volta era abitato dai cinesi, ma ora tutto è abbandonato e anche i blocchi di sale si sciolgono piano piano con la garua del mattino. Visitiamo poi un castellozzo degli anni ‘30 abbandonato.
Ma il pezzo forte della giornata sono gli insediamenti dei Changos tra le rocce e la costa, e poi più a sud lungo il Rio Loa.: nella sabbia compaiono gruppi di piccole abitazioni circolari, la cui base in pietra è sormontata da strutture precarie in legno di cactus e ossa di leone marino. Alcune capanne sono state scavate, altre saccheggiate da tombaroli, la maggior parte si intuiscono sotto il primo strato di sabbia ma giacciono ancora sepolte. Tutto attorno una gran quantità di gusci fossili di mariscos pasto degli antichi Chinchorros, una gran quantità di strumenti litici antichi: punte di freccia, raschiatoi, nuclei, amigdale, percussori, ecc. frammenti di ceramica e piccoli oggetti di uso quotidiano. Il clima particolarmente secco della zona ha favorito la conservazione dei materiali. Mi stupisce la quantità di materiali, mi stupisce camminarci in mezzo e prendere a calci involontariamente strumenti che sono stati tra le mani di gente vissuta 4000 anni fa… Poco più in là, lungo le rive del fiume, si intravedono le zone di coltivo, probabilmente più tarde, con rudimentali canali d’irrigazione che attingono l’acqua dal fiume.
Dietro un’altura la zona cimiteriale è stata saccheggiata dai tombaroli: parecchie sepolture sono state profanate e saccheggiate: le ossa sono sparse attorno, le strutture distrutte, gli ornamenti rubati.
Le sepolture erano per mummificazione in posizione fetale entro canestri, con la consueta copertura di mantas, come lungo tutta la zona costiera del Cile, Perù ed Equador.
Questo Grande Norte mi ha affascinato, con la sua cultura, coi suoi colori. Mi sarebbe piaciuto salire ancora, verso Arica, verso il cuore di questa cultura millenaria. Ma il tempo, si sa, è tiranno, il nostro percorso termina qui, lasciandomi il desiderio di tornare per vedere ciò che manca, ed è davvero tanto ancora.
Consiglio di visitare il Grande Norte a tutti, a chi ama la natura per gli altipiani, a chi ama la cultura per le sue antiche popolazioni costiere, a chi ama la fotografia per i colori e le luci indescrivibili, a chi ama la montagna per i vulcani altissimi e le nevi perenni, a tutti coloro che sono sensibili e si lasciano entrare il Cile sotto la pelle senza bisogno di altre spiegazioni..
Silvia Tenderini
archeologa
Gennaio 2001
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