Il cielo limpido, sopra Chiavenna, è spazzato dai venti dell’autunno. Sulle cime più alte delle montagne c’è già la neve. Il vento ne sbuffa lunghi pennacchi dalle creste, e la disperde nell’azzurro. La notte è stata fredda, qualche pozza d’acqua è gelata e la brina ricopre già i prati, la mattina. La stagione, appena incominciata, si annuncia rigida: le foglie sono ingiallite prima del tempo, ghiri e scoiattoli si danno un gran daffare ad accumulare provviste per l’inverno. Le bacche rosse della rosa canina colorano i rami spogli e spinosi. Sotto gli alberi i funghi non ci sono già più: il terreno comincia a gelare nelle ore tarde della notte, appena prima dell’alba. Sulle montagne i colori risplendono nel sole: il rosso dei faggi, il giallo dei larici e l’arancio degli aceri si alternano a grandi fasce, come pennellate. Qua e là macchie scure di abeti verdi, che non perdono le foglie mai. Resisteranno tutto l’inverno, imbiancati appena dalla neve e dal gelo. Intanto Giovanni raccoglie la legna. Giovanni ci era stato, anni prima, con suo cugino, che faceva il somiere su per lo Spluga. Il lavoro non mancava mai, su e giù per il passo a trasportare panni di lana, di lino e di seta, vino, formaggio, spezie. Ultimamente si trasportavano molte armi. Falci, rastrelli, accette, coltelli e scuri scendevano giù dalle Alpi verso Milano. Spade, alabarde, lance e spadoni partivano da Milano per andare a nord. Giù in città lavoravano bene il ferro e l’acciaio. E per i più esigenti, si decoravano le lame con ghirigori, volute e palmette: come se poi la lama uccidesse meglio quando entrava nelle carni del nemico... Ma i condottieri, si sa, sono anche vanitosi, e in sella al cavallo ci tengono ad apparire con la spada più bella. Tant’è... ai somieri poco importava: l’importante era caricare tutti i muli in attesa nelle soste. Si dice ce ne fossero cinquecento ogni giorno, pronti a partire... La lunga fila di muli saliva con fatica su per la mulattiera, lungo la sponda del Liro. Giovanni accompagnava il cugino: era la prima volta che andava di là delle Alpi, in terra straniera. Si erano fermati alla Madonna della Misericordia, la Madonna del Gallivaggio, per pregare e riposarsi un poco. Il santuario era stato inaugurato da poco, nel luogo esatto dove la Vergine era apparsa a due ragazzine, anni prima. La sua statua era bellissima. Ah... se la Madonna avesse visto quella torma di soldati tedeschi: protestanti, eretici, seguaci di quel Lutero scomunicato dal Santo Padre... Non bastavano i Grigioni, con le loro riforme, le loro idee bislacche sulla tolleranza, e la Bibbia da leggere come se fosse un proclama del re... E il re dove stava intanto? Quel Ferdinando II che si diceva tanto cattolico, ma che non riusciva a controllare i suoi maledetti soldati. Lanzichenecchi... Il pensiero andava sempre lì. In marcia giù dalle Alpi per andare a Mantova. E dov’era mai Mantova? Giù in pianura, dicevano. Dove il paesaggio è piatto fino all’orizzonte, la nebbia offusca la vista, e i fiumi si allargano per i campi, e sarebbe certo meglio andare in barca piuttosto che a piedi. Che ci annegassero tutti, i Lanzichenecchi, in quelle acque... Meglio stare qui nella valle, col sole che nasce e tramonta dietro le montagne, e l’aria fredda che scende giù da San Giacomo. Giovanni ripensa alla strada percorsa coi muli del cugino. In salita lungo il torrente, su fino a Isola, e poi ancora più su, nella gola del Cardinello. Il cammino è ripido, faticoso, e anche pericoloso. Tante carovane avevano perso i muli, e il carico, giù nel burrone del Cardinello. Perché la via è tagliata nella roccia, come una scala con tanti gradini. E gli zoccoli degli animali scivolano sulla roccia levigata, specialmente la mattina presto quando è bagnata, o peggio ghiacciata. E poi è stretta... le bestie si appoggiano con la soma alla roccia, e basta un niente per perdere l’equilibrio. Giù nel burrone era finito anche il Peppo... e poi chi glielo diceva alla sua sposa, con due bambini ancora in fasce... Dicono che la devono sistemare, quella via del Cardinello. Dicono, dicono... ma intanto la strada rimane pericolosa. Il guaio è che se passi di là del fiume, dagli Andossi, ci metti un giorno in più. E qui si fa a gara a chi arriva prima su allo Spluga, a prendere un nuovo carico da portare di là della montagna. Quella volta, col cugino, erano stati bravi. E il tempo era stato clemente. E forse avevano fatto bene a fermarsi a pregare al Gallivaggio, e anche a San Giacomo, che dicono protegga i viandanti. Viandanti, pellegrini, mercanti... non fa poi molta differenza quando sei nella gola della montagna, con la nebbia che sale e la notte che scende. Dalla montagna arrivano rumori paurosi: gufi e civette che annunciano la morte, lupi, orsi, forse anche i draghi. E poi, la valle dicono che sia infestata dalle streghe. E ci ha provato il vescovo di Como a bruciarle, e poi hanno provato gli Spagnoli del conte di Fuentes a cacciarle, ma niente, quelle si moltiplicano e ci sono sempre. Sarà l’aria di montagna... Erano arrivati anche i soldati del Papa, per cacciare i Grigioni e le streghe insieme, e per portare di nuovo la parola di Dio nella valle. E chissà quante lacrime avrà pianto la povera Madonna della Misericordia, per riportare gli uomini sulla retta via. Misera valle tormentata dagli uomini malvagi. Troppi uomini... non si riusciva più a controllare chi andava e chi veniva. Persino i Francesi erano arrivati, amici dei Grigioni. Giù dalla Valle di San Giacomo e dalla Val Bregaglia, erano arrivati fino a Chiavenna e l’avevano occupata. E la città non sapeva più se era in mano agli Spagnoli, al duca di Milano, alla Francia, ai Grigioni, al Papa o a Venezia. Si parlavano tutte le lingue, si pregavano tutti gli Dei. E il prete a dire che Dio è uno solo... ma poi la messa era sempre diversa, e le donne non ci capivano più niente. Non bastava la neve a coprire la valle, e a complicare l’esistenza a quei poveri somieri su per le mulattiere dello Spluga... ci si metteva anche il Diavolo con le sue insidie. Il buio sulla montagna nasconde le forme, tu senti solo gli ululati, le urla, i pianti. Fortuna che poi, su in alto, la Cà della Montagna ti apre le porte, anche quando arrivi di notte, stanco, affamato e impaurito. La stufa di pietra scalda la stanza, e un piatto di minestra è sempre pronto. E lasci fuori il vento, la neve, il freddo e la paura. E poi, con un bicchiere di vino in mano, trovi gli altri somieri che vengono giù dal passo, e ti raccontano della strada dall’altra parte, giù verso Splügen. Non è male la strada fin giù alla valle. Il peggio poi viene dopo, nella Via Mala, dove l’acqua ha scavato una forra profonda. E sarebbe persino da ammirare come un’opera del Signore, se non fosse che è buia, e i muli ci scivolano, e il carico che cade non lo ritrovi più... E quelli di Thusis l’avranno anche sistemata, cent’anni fa, con le passerelle, e i ponti, e i gradini, e le corde per attaccarsi... Ma chi glielo spiega ai muli di aggrapparsi alla corda per non scivolare... Maledetta strada, che il nome Via Mala se lo merita proprio. Giovanni raccoglie rami secchi per accendere il fuoco. Le foglie accartocciate scricchiolano sotto i piedi. Ripensa alla sua valle: lì in mezzo alle montagne, crocevia di genti da tutte le parti. Da quando era piccolo ha visto passare eserciti di tutte le fogge e di tutte le bandiere. Gli Statuti in città sono cambiati mille volte, e non si sa mai se si è dentro o fuori la legge. E poi la legge ti cambia ancora sotto il naso, mentre stai raccogliendo la legna. Aveva fatto bene Giacomo ad andarsene via, su in montagna alla Forcola. Ci aveva portato la sposa e i bambini per l’estate, insieme alle vacche. Poi, alla fine dell’estate, aveva deciso di stare là e non era più sceso. Ci moriranno di fame nell’inverno, su alla Forcola, ma tanto qui in valle si muore di peste. Maledetti Lanzichenecchi... Non bastava che saccheggiassero tutto e si portassero via le donne. Ci hanno lasciato la peste, che la gente ci muore come mosche, e non si sa nemmeno perché. Giovanni pensa a Giacomo su alla Forcola, sotto il Monte Mater, che un nome così ti rincuora e ti protegge. Se Giovanni l’avesse ascoltato, quando gli diceva di restare con lui. L’aveva accompagnato per aiutarlo a curare le bestie. Le vacche camminavano piano su per la valle, bisognava spronarle ad ogni passo. Il cane correva avanti e indietro abbaiando, ma quelle niente, brucavano l’erba e camminavano piano. Ci avevano messo due giorni, passando da Foppo e Dardano. Ma poi lì alla Forcola sembrava il paradiso. Le cime delle montagne tutto attorno, il cielo che sembrava di poterlo toccare, l’erba verde fresca di rugiada... Le vacche pascolavano tutto il giorno e il latte veniva più buono. Il formaggio della montagna si vendeva bene anche giù a valle. Venivano a cercarlo persino da fuori, da Milano si dice... Lungo la via ogni tanto passava un viandante o un mercante: contrabbandieri di armi e di sale con la Mesolcina, che è la valle che sta di là del passo, dove tramonta il sole. Giacomo gli vendeva il formaggio e gli chiedeva notizie della valle. Se passava un pellegrino, recitavano una preghiera insieme. A volte gli raccontavano storie dell’altra via che scavalcava le Alpi, quella via del San Gottardo, che faceva paura quanto la Via Mala e il Cardinello messi insieme. Lui ascoltava a bocca aperta, ed era contento di stare lì al suo alpeggio, e di non dover andare da nessuna parte. Gli bastava il suo viaggio da Mese alla Forcola, due volte l’anno, con le vacche, la moglie, i figli e il cane. Questa volta c’era anche Giovanni a dargli una mano, che la moglie con l’ultimo nato ancora al seno non lo aiutava poi mica tanto... Lassù ad agosto gli avevano portato la notizia della sua casa di Mese distrutta dai Lanzichenecchi, suo fratello e la moglie derubati e sgozzati. Ci aveva pianto e aveva imprecato. Voleva scendere giù di volata, ma la moglie non ne voleva sapere. E le notizie poi non erano buone: i soldati avevano portato la peste e la gente cominciava a morire. Anche il prete era morto, perché ad andar di casa in casa a consolare gli ammalati se l’era presa. E si vede che Dio non proteggeva più la valle, e a furia di veder passare eserciti e governatori di tutte le lingue e di tutte le religioni, non ci credeva più nella buona fede della gente della montagna. Giovanni invece era sceso a valle, a fine agosto, dopo un temporale. L’aria era ancora elettrica, pulita, limpida. Giovanni scivolava sui sassi bagnati di pioggia. Guardava le grandi nubi nel cielo che si allontanavano verso oriente, come spinte da una mano veloce. Fasci di luce illuminavano il cielo e le cime delle montagne imbiancate dalla prima neve. Era passato da Mese, a dire una preghiera sulla casa distrutta dell’amico. Ora raccoglie la legna, aspettando l’inverno. Non vuole ripensare allo strazio del paese: alle case distrutte, saccheggiate, alla gente stanca e ammalata. Anche la sua casa aveva subito il passaggio dei soldati. La porta di legno sfondata dalla lama dell’accetta, le poche cose buttate a terra: la panca, la pentola sul fuoco, la ciotola per la minestra e il bicchiere di legno che aveva intagliato suo padre. Si erano portati via la coperta e il coltello, i beni più preziosi che avevano trovato in quella casa. Le scorte di farina erano sparite. Requisite dagli Alemanni, o forse anche dall’esercito di Chiavenna. Si, perché anche gli eserciti regolari saccheggiavano e requisivano. Non si sa se avevano il diritto di farlo, o piuttosto nessuno osava opporsi. Alla fine che importa chi si era preso la sua farina: la farina comunque non c’era più... Ora Giovanni aspetta di raccogliere le castagne, per mangiarle magari con un pezzo del formaggio che gli aveva dato Giacomo, su alla Forcola. Intanto raccoglie la legna. Tra una settimana il cugino parte per un nuovo viaggio sullo Spluga. Trasporta dodici balle di panni di Monza. Sono stoffe preziose, che valgono una fortuna. Sono arrivate con un barcone fino a Samolaco, poi con un carro fino a Chiavenna. Ora tocca a lui caricarle sui muli, per fargli passare le Alpi, fino a Coira. Gli ha chiesto di accompagnarlo. Vuole partire prima che faccia troppo freddo, e che la neve si geli lungo il cammino. Se partono presto riescono anche a tornare con un carico di stoffe di lino di Costanza. Il suo destino sembra quello di trasportare stoffe su e giù dallo Spluga, di qua e di là delle Alpi. Lo pagano bene: può permettersi una casa a Chiavenna e una decina di muli, con le coperte di lana e i finimenti di cuoio. E può chiedere a Giovanni che lo accompagni nel viaggio, in cambio di una fiasca di grappa, un paio di scarponi nuovi per l’inverno e forse anche un sacco di farina. Un po’ di farina c’è rimasta, in terra di Chiavenna: farina nera di segale, coltivata in alto sui terrazzi al sole. Ci si fanno pagnotte rotonde da cuocere in forno e da mangiare per i mesi freddi dell’inverno. Diventano dure, e bisogna tagliarle col coltello, per bagnare le fette nella minestra, la sera davanti alla stufa. Giovanni gli darà una mano coi muli, a caricarli e scaricarli quando arrivano alle soste, e lo farà sentire meno solo, là in cima alla montagna, quando soffia il vento e i lupi affamati seguono le carovane. Giovanni alza lo sguardo: il cielo azzurro, le montagne appena imbiancate di neve, i larici gialli attorno alle rupi nere. La campana della chiesa suona a martello. Altri morti di peste da seppellire... Ha fatto bene Giacomo a restare su alla Forcola. |