Il cielo sopra Octodurus era nuvoloso. Le nuvole nere correvano veloci, minacciose. La neve era già ricomparsa sui prati più in alto, dopo la breve estate. Timidi colchici bianchi facevano capolino tra i fili d’erba ormai ingialliti, resistendo all’autunno che avanzava. Era l’anno 330 del calendario giuliano, o il 1038 dalla fondazione di Roma. Com’era complicato tenere i conti degli anni… Diciamo il primo anno dell’impero di Diocleziano, divino cesare augusto. Si diceva fossero passati 285 anni dalla nascita di Cristo. Cristo… profeta, predicatore, messia, figlio di Dio. Un pover’uomo nato ai tempi dell’imperatore Augusto, condannato a morte lontano, di là del mare, in Iudea. Anche Besso veniva da lontano. Di là del mare. Dall’Egitto, il paese del grande Nilo. Non vedeva il suo fiume da molti anni, e non aveva più visto fiumi così grandi. Qui i fiumi erano brevi e impetuosi, acque ghiacciate e veloci. Trascinavano sassi, tronchi e a volte anche i compagni che vi erano caduti dentro. Gli mancava la calma pacata delle acque limacciose del Nilo. Certo suo padre c’era morto, nel Nilo, tanti anni prima. Un coccodrillo se l’era portato via mentre pescava sulla fragile barca di papiro del fratello. Besso poi si era arruolato nell’esercito di Roma. E anche lui era salito su una barca. Anzi una nave. Una nave veloce di legno robusto, con grandi vele quadrate e tre file di rematori. Nulla a che vedere con la barchetta da pesca dello zio. Si era arruolato perché laggiù a Thebae non aveva più nulla da fare. Senza padre, senza barca, senza lavoro e senza futuro. Roma cercava soldati, legionari da inviare in paesi lontani. Il primo salario l’aveva lasciato alla madre, che aveva quattro figli da tirare grandi. Ma poi via, sarebbe partito, che restare a Thebae voleva dire solo miseria e tristezza. In seimila erano partiti dall’Egitto. Non tutti da Thebae, certo. Anche dai villaggi attorno, dalle rive del Nilo, dalle città più a nord. Conosceva qualcuno, c’era persino un lontano cugino. Tutti speravano di fare fortuna, fare carriera, o almeno di vivere qualche avventura lontano dalle placide rive del fiume. Roma arruolava uomini in ogni luogo dell’Impero, e poi sembrava si divertisse a spostarli di qua e di là sui confini del mondo, come se fossero pedine di un gioco. Per ora li avevano caricati su una nave, nel porto di Alexandria. Due mesi in mare, con le onde che arrivavano alte fin sulle murate della nave, strappando le vele, le cime, e qualche volta anche i marinai. Le stelle erano l’unica consolazione, nelle notti silenziose che sembrava non finissero mai. I soldati remavano, chiusi giù nella stiva, sballottati dalle onde, dalla nausea e dal ritmo incessante del tamburo. “Girerete il mondo”, dicevano i generali, “combatterete contro i barbari che minacciano l’Impero”. Ora Besso combatteva contro il mal di mare, rimpiangendo le pazienti acque del Nilo. Si affidavano a Nettuno, dio del mare e delle onde. Ma Nettuno non si placava: si vede che la loro colpa era grande, i sacrifici alla partenza erano stati inutili. Avevano immolato un toro bianco, bellissimo, allevato nel recinto sacro e destinato a morte per volere degli dei. Un toro bianco che era un peccato vederlo sporco di sangue, inginocchiato ai piedi dell’altare e dei sacerdoti. Ma a Nettuno non era piaciuto.
Besso guardava le nuvole sopra Octodurus. In seimila erano giunti dall’Egitto in quell’angolo remoto delle Alpi. La legione Thebea, la gloriosa legione Thebea, come diceva il comandante Massimiano. Si diceva che Massimiano sarebbe diventato presto Cesare, sul trono accanto a Diocleziano. I soldati portavano alteri lo stendardo e le insegne imperiali, alte sulle pertiche durante alla marcia. Erano l’orgoglio dell’imperatore. La sua salvezza, in quel momento. Diocleziano, già ufficiale dalmata e ora imperatore a Roma, comandava le operazioni militari. Anche le operazioni più lontane, come lì nel cuore delle Alpi. Perché lì, in quel luogo sperduto, la popolazione dei Bagaudi si era ribellata a Roma. Non era solo un problema di tributi da pagare o dei soliti messi imperiali assaliti dai briganti. Qui la questione era seria. Quei montanari bifolchi non volevano più adorare gli dei di Roma, e nemmeno l’effige di Augusto, gloria dell’Impero. Aveva cominciato un gruppetto sparuto, che nessuno ci aveva fatto caso. Ma poi erano diventati tanti, sempre di più. Ignoravano la presenza dei sacerdoti del tempio di Minerva, rifiutavano la presenza dei soldati di Roma, negavano l’importanza divina dell’imperatore stesso. Si dice che non facessero nemmeno più offerte ai Penati, nelle loro case… E per cosa poi? Per quel Cristo morto lontano, di là del mare, che nessuno di loro l’aveva mai nemmeno conosciuto. Si rischiava una ribellione, una rivoluzione, un sovvertimento dell’ordine. Si rischiava che alla sommossa aderissero i loro cugini Galli, e gli Alemanni, chissà quanti altri… Gli dei non vogliano… La pax romana, che sotto Augusto era stata dichiarata in ogni angolo del mondo, era in pericolo. Diocleziano era corso ai ripari, inviando sulle montagne la legione Thebea, comandata da Massimiano, fedele compagno d’armi e promesso Cesare. Da Augusta Praetoria avevano scavalcato le Alpi sul Summus Poeninus. In cima al passo avevano pregato nel tempio di Juppiter, che si diceva fosse il recinto sacro più alto di tutto l’Impero. Un altro toro era stato sacrificato. E per essere più tranquilli vi avevano aggiunto anche un montone e un porco. Un sacrificio in piena regola: Juppiter non poteva certo lamentarsi. Avevano pregato per la loro salvezza, per il buon esito della battaglia, per la salute dell’imperatore, e anche per una discesa più agevole da quelle montagne spaventose. Che la salita era stata faticosa come mai avrebbe immaginato in vita sua. Non riusciva nemmeno a rimpiangere il Nilo, tale era lo sforzo di camminare, di respirare. Pensare, non ci riusciva.
E ora, ad Octodurus, attendevano gli ordini, cercando di sopravvivere al freddo e alla malinconia. Diocleziano ordinava il massacro dei Bagaudi, se non fossero tornati sui loro passi, nella fede degli dei e dell’imperatore. Seimila legionari provenienti dall’Egitto, trasferiti nel cuore delle Alpi, per combattere un pugno di montanari ribelli. I ribelli sembravano inoffensivi. Spaventati più che altro da quell’invasione di soldati dalla pelle scura e i capelli ricci, che parlavano latino con un accento curioso. Soldati per caso, per disperazione o per curiosità, che non avevano un granché voglia di combattere. Avrebbero piuttosto cercato di convivere pacificamente con i Bagaudi della montagna. E quelli erano persone semplici, dai modi rozzi ma gentili. Non erano nemmeno armati… La loro arma era la parola di Dio, e di quel Cristo che dicevano ne fosse il figlio, e che era morto crocefisso in Iudea. Besso pensava alla Iudea, terra lontana da quei monti freddi, più simile a casa sua che alle Alpi. Pensava a quel Cristo che vagava per terre assetate e povere parlando di fratellanza. Proprio laggiù dove imperversava sempre qualche battaglia, e i soldati di Roma non avevano mai pensato di essere fratelli di nessuno.... E lì adesso, nel cuore delle Alpi, lui e i suoi compagni avrebbero dovuto uccidere, massacrare ed annientare quei poveri montanari che adoravano Cristo piuttosto che Diocleziano. Lui Diocleziano non l’aveva mai visto. L’imperatore aveva forse presenziato a una parata, tempo prima, ma nessuno di loro l’aveva visto in faccia, lontano sul podio drappeggiato. Un po’ l’aveva anche odiato, mentre saliva faticosamente sul Summus Poeninus, sputando l’anima nella neve. Cosa gli era venuto in mente di inviare proprio loro, dall’Africa alle Alpi… A combattere quei montanari che si dicevano cristiani. Anche Cristo non l’aveva mai visto. Ma gli sembrava più vicino a lui e i suoi compagni. Non gli aveva chiesto sacrifici, non gli aveva ordinato massacri, non l’aveva portato via dalla sua terra. Pover’uomo anche lui, morto giovane per qualche parola di troppo. Besso e i suoi compagni restarono svegli tutta la notte. I pensieri giravano veloci nella testa e tra le tende. Attorno ai fuochi, i soldati ascoltavano i canti dei cristiani, che echeggiavano mesti e lontani sulla montagna. Nessuno di loro se la sentiva di affondare la spada tra quella gente, foss’anche per ripristinare la legge di Roma. E quella legge non gli piaceva poi molto nemmeno ai soldati, a dir la verità. All’alba si guardarono l’un l’altro, in silenzio. Pochi avevano dormito. Le file della legione erano fiacche e disordinate. Il sole era pallido e non riusciva a scaldare, da dietro le nuvole. Dov’era finito l’orgoglio di Roma? In silenzio, uno dopo l’altro, fila dopo fila, espressero il loro rifiuto al comandante. Nessuno di loro avrebbe preso parte alla battaglia. Nessuno di loro avrebbe più ucciso un uomo. Nessuno di loro avrebbe più obbedito agli ordini, di Massimiano, di Roma e nemmeno dell’imperatore. Tradimento, ammutinamento, disonore di Roma e dell’Impero tutto. Velocissima la notizia raggiunse Diocleziano, annoiato di noia imperiale nella sua Roma opulenta ed oziosa. Velocissimo l’ordine ritornò alla legione di stanza ad Octodurus: “Massacrateli tutti!” “Tutti?” “Tutti: Bagaudi ribelli e legionari egiziani, novelli cristiani. Maledetta legione Thebea, che era meglio lasciarli in Africa a morire di stenti e di fame tra i coccodrilli. Massacrateli tutti prima che quell’insubordinazione dilaghi tra i reparti, prima che quel rifiuto di combattere, di obbedire… per tutti gli dei, non fatemici pensare…”
Il cielo sopra Octodurus era carico di nuvole. Correvano veloci nel cielo. Non annunciavano nulla di buono. Seimila legionari d’Africa tra le montagne innevate per combattere un pugno di cristiani. Seimila legionari d’Africa che rifiutavano gli ordini di Roma. In migliaia furono passati per le armi, primi martiri della nuova religione. Le grida, i pianti, le urla strazianti, riempirono la vallata tra le Alpi. Il sangue arrossò la neve. La rivolta era domata, l’impero era salvo. Massimiano tornò trionfante a Roma, per essere associato al trono di Diocleziano. Il vescovo Teodoro, più tardi, raccolse pietosamente i resti dei martiri nella basilica di Agaunum. Molti soldati fuggirono sulle montagne, portando la novella di Cristo con loro. Quel Cristo di Galilea che mai avrebbe immaginato tale sorte per i suoi fratelli. La montagna era ripida, ostile, paurosa. Ma i cristiani di Octodurus conoscevano i sentieri, i nascondigli e le sorgenti. Tra dirupi, boschi e ghiacci, Cristo pareva ancora più vicino ai soldati in fuga: conforto che nessun imperatore era mai riuscito ad offrire. Molti furono massacrati sui monti, nel tempo a venire: gettati dalle rupi, divorati dalle belve, annegati nelle acque gelide dei torrenti o bruciati nelle selve. Ed è così che sulle Alpi le cappelle ricordano antichi luoghi di preghiera. Remote chiese serbano il ricordo del martirio della Beata Legio. Martigny ancora non dimentica la ribellione di quei seimila legionari d’Africa a Diocleziano, divino imperatore. Besso non riuscì più a tornare in Egitto, non rivide mai più le sponde del suo Nilo. Ma comunque nemmeno l’esercito di Roma glielo avrebbe permesso. |