L’inverno tra il 1973 e il 1974 era freddo. Tutti gli inverni sono generalmente freddi, ma quello era decisamente più freddo. E lungo, interminabile… non finiva mai. La neve continuava a cadere e imbiancava il paesaggio, immobilizzandolo nel gelo. Bianco: il colore del freddo e del silenzio. Lunghi candelotti di ghiaccio scendevano dalle grondaie. I bambini li staccavano per succhiarli, come se fossero ghiaccioli saporiti, e non piuttosto acqua ghiacciata, forse anche un po’ sporca. Avevo 11 anni quell’inverno. La mattina, ancora col buio, a piedi nudi e in pigiama, si correva alla finestra per vedere quanta neve era caduta nella notte: “Un metro, mamma… E’ un metro!”. In realtà era meno. I bambini vorrebbero sempre metri di neve fuori dalla finestra, e stelle colorate, e palle di Natale per tutto l’inverno… Poi, rabbrividendo, si indossava tutto il possibile: calze, calzamaglie, maglie di lana e maglioni. Quelli fatti a mano dalla nonna, con le stelle norvegesi che sembravano un po’ stelle di Natale, e pizzicavano il collo. Bisognava coprirsi bene per andare a scuola, a piedi nella neve alta. Scarponi, giacca a vento, guanti, sciarpa e berretto. Giù dalla scalinata ci si trovava con gli altri bambini, e lungo il percorso era un continuo fare a palle di neve. Dalla strada ci si tuffava a valle nella neve alta, come fossimo in piscina, sul trampolino. Le cartelle per terra, la neve negli occhi. Gli abeti alti, dritti contro il cielo, ci guardavano forse disapprovando, ma senza una parola. Poi si arrivava a scuola, in ritardo, bagnati fradici, e ci si cambiava da capo a piedi. Cumuli di scarpe e vestiti bagnati messi ad asciugare nell’ingresso, sui caloriferi. Vapore, aria umida, guanti di lana infeltrita cui si attaccavano grumi di neve compressa, calze bagnate e piedi che facevano male per i geloni… i miei ricordi della quinta elementare. La sera, a casa, finalmente ci si asciugava davvero, magari dopo un bagno caldo e una minestra. La televisione, anche lei, raccontava dell’inverno. Sullo schermo scorrevano grigiastre le immagini delle auto in panne nella neve, della gente infreddolita e infagottata nei cappotti durante gli scioperi fuori dalle fabbriche, delle vittime dell’attentato alla Pan Am allineate sulla pista ghiacciata di Fiumicino.
La televisione era entrata in casa nostra quattro anni prima. Papà l’aveva comprata per vedere lo sbarco dell’uomo sulla Luna. Parecchie persone avevano fatto lo stesso acquisto quell’anno. Nessuno voleva perdersi il momento magico: l’uomo sulla Luna… chi l’avrebbe mai detto! Incollati alla televisione per vedere quel piede impacciato scendere dalla navicella spaziale e toccare il suolo. Le impronte delle scarpe, quasi dei pesanti doposci, nella polvere della Luna. Certo che vederla da quaggiù, nelle notti serene di gelo, non sembrava fosse così polverosa… Piuttosto ci pareva bianca, luminosa e leggera. Sembrava quasi che quegli uomini la stessero sciupando. La bandiera piantata nel suolo lunare come una ferita… “Non le avranno fatto male, mamma? Che poi si mette a piangere e si scioglie tutta?”
Da quel momento la televisione se ne stava in alto, su una mensola nell’angolo del muro. Per accenderla ci voleva un adulto, in piedi sulla sedia, che ancora non c’era il telecomando, e comunque non c’erano canali da poter girare. La televisione era in bianco e nero, i colori ce li immaginavamo da soli. E che delusione poi, dopo qualche anno, scoprire che i colori erano diversi da come li avevamo immaginati… Ma la Luna per me rimaneva sempre bianca e luminosa, nessuno sarebbe riuscito a sporcarla col colore. E poi, alla domenica pomeriggio, c’erano i film di Tarzan: quell’attore americano campione del mondo di nuoto, che solcava a grandi bracciate fiumi africani infestati da coccodrilli indifferenti, per salvare la sua bella che si cacciava sempre nei guai. Non avevano proprio nulla di meglio da fare… Infine, puntuale, c’era il telegiornale della sera, tappa obbligatoria prima di Carosello.
Il telegiornale raccontava della crisi del petrolio, della crisi in Medio Oriente. A ottobre, Siria ed Egitto avevano attaccato Israele, in quella che avevano chiamato guerra del Kippur. Io non sapevo nemmeno dove fosse il Medio Oriente. L’Egitto era quello delle piramidi, ma gli altri paesi mi erano sconosciuti… Certo laggiù non c’era tutta quella neve che avevamo invece noi: chissà come facevano a Natale… Ma da laggiù arrivava il petrolio, o meglio, non arrivava più. Allora il telegiornale dava notizie allarmanti: aumenti di prezzi e scarsità di materie prime, la nostra vita in balia di barili, galloni, e altre misure mai viste. Di barili conoscevo solo quelli di legno, pieni di rum sulle navi dei corsari, o pieni di acciughe sotto sale sulle navi che solcavano il mare del Nord. Immaginarli pieni di petrolio mi faceva anche un po’ schifo. I galloni poi non li avevo mai sentiti, sarà stata una misura anglosassone, là dove usano piedi e pollici per misurare: popoli barbari! Anche il contenuto dei barili e dei galloni mi era sconosciuto: greggio, nafta, gasolio, benzina e olio combustibile. Tutta roba che brucia e che puzza. Eppure sembrava tutta roba indispensabile alla vita moderna. Mi pareva in realtà inutile: la nostra stufa in cucina andava a legna, e io andavo a scuola a piedi. Poi ho scoperto che la corrente elettrica si faceva col petrolio, che l’acqua calda si scaldava col gasolio, che la motosega di papà funzionava con la benzina, che persino la mia giacca a vento era sintetica e fatta con derivati del petrolio… Il Medio Oriente entrava nella nostra vita, anche se non c’era la neve, anche se non sapevo bene dove fosse.
Intanto il prezzo del petrolio saliva sempre più. Nelle città si spegnevano i lampioni per strada, la notte, per cercare di risparmiare. Città buie, che facevano paura. La luna splendeva sempre più grande nel cielo, indifferente. Il prezzo della benzina saliva: due volte, tre volte… uno sproposito. Circolare in auto diventava proibitivo. A fine novembre il governo aveva deciso la circolazione delle auto con le targhe alterne, la domenica: una con le targhe pari e una con le targhe dispari. Tutti correvano a controllare il numero di targa. Sembrava che se avevi la targa giusta, fosse obbligatorio tirare fuori la macchina dal garage, quella domenica, e andare in giro a testa alta, vantando il numerino che dava il via libera. Magari, in realtà, te ne saresti stato tranquillo a casa a guardare la partita alla televisione, o il film di Tarzan… Ma avere la macchina autorizzata era un privilegio: si apparteneva alla metà giusta della popolazione. L’altra metà chiedeva un passaggio all’amico, al parente, al vicino. Come se andare in giro fosse improvvisamente assolutamente indispensabile. Sul calendario si facevano le crocine sulle domeniche giuste. Chissà perché le gite più sospirate capitavano sempre nelle domeniche sbagliate… Qualcuno si domandava se, comprando la macchina alla moglie, poteva scegliere il numero di targa, così da averne una dispari e una pari. Certamente si faceva fatica ad accettare l’idea di essere bloccati a casa, o persino di dover andare a piedi. Smacco al progresso, al benessere raggiunto nel decennio precedente, alla libertà di movimento e allo sfoggio dell’auto nuova. L’anno dopo la Fiat licenzierà migliaia di operai, perché le macchine non le comprava più nessuno.
La casa dove abitavo io, con mamma, papà e un fratello, era in realtà un albergo di montagna. Un piccolo albergo, in un piccolo paese delle Prealpi Lombarde. Un piano era occupato dalle camere, una decina, e per lo più era chiuso. Per risparmiare, si accendeva il riscaldamento solo al venerdì: così le camere sarebbero state calde nel week end. Noi vivevamo in cucina, dove la stufa era a legna, e nelle due camerette sopra, che sfruttavano il calore della cucina. Per lo più, in ogni caso, si soffriva il freddo. Poi al sabato e alla domenica si apriva la sala da pranzo, si spazzavano le camere da letto lungo il corridoio, si spalava la neve dal terrazzo e dalla scalinata. La cucina si animava, il profumo della polenta e della torta di mele invadeva ogni angolo, snidando l’ultimo freddo ostinato. Mi piaceva la domenica, per quel tepore diffuso che finalmente riscaldava l’anima, e per le cose buone che cucinava la mamma. Mi piaceva rintanarmi in camera mia, da cui sentivo giungere lontane le voci della sala affollata. Allora giocavo, sapendo che nessuno sarebbe venuto a cercarmi: la mamma indaffarata nel servire a tavola, il papà alle prese con la cucina. Mio fratello, in piedi sopra una cassa d’acqua capovolta, preparava i caffè al bar. Allora facevo il bagno alle bambole, coi saponi profumati rubati nel cassetto della mamma. Poi le mettevo ad asciugare sul calorifero davanti alla finestra. Calorifero finalmente caldo, che l’indomani sarebbe tornato gelido. Fuori dalla finestra la neve: bianca, morbida, veniva voglia di mangiarla.
A febbraio la benzina rincarò ancora, la gente si muoveva sempre meno. Più che le targhe alterne, era il costo del carburante a frenare la gente. La sala non si riempiva più come un tempo. La mamma diminuì le dosi della polenta, papà diminuì la legna nella stufa. Anche le stanze rimanevano fredde, con i vetri appannati e le lenzuola ghiacciate. Non potevo più fare il bagno alle bambole… rimanevano sporche e tristi sulla mensola. Anch’io respiravo l’aria triste che invadeva la cucina, la sala, il bar con la macchina del caffè spenta, che non valeva la pena mandarla in pressione per poche tazzine… Alla domenica sera si contavano i piatti che non erano stati riempiti, le fette di torta di mele avanzata: se non altro avremmo avuto la merenda per tutta la settimana. Qualcuno, la domenica sera, si fermava nel bar per guardare la televisione. Beveva un punch caldo, si aggrappava al calorifero che andava spegnendosi, aspettava mezzanotte. Si, perché a mezzanotte anche chi aveva la targa sbagliata poteva di nuovo circolare in auto. A mezzanotte finiva la commedia delle targhe alterne. Cenerentola perdeva le scarpe e la carrozza si trasformava in zucca. Finiva la magia e si tornava alla realtà. Io potevo capire il senso della favola, ma non capivo dov’era il risparmio energetico, se bastava aspettare qualche ora per prendere di nuovo l’auto… Soprattutto non capivo dov’era il risparmio energetico, se papà doveva tenere accesa la caldaia a gasolio fino a mezzanotte. Brontolava. Ce ne saremmo piuttosto andati tutti volentieri a dormire sotto la trapunta, che in montagna, si sa, si va a letto presto. Invece papà rimaneva alzato, con la televisione che raccontava solo brutte notizie.
Brutta annata, il 1973. Il telegiornale avrebbe avuto di ché parlare per tutto l’anno. Non c’era solo la crisi del Medio Oriente. L’America e la Russia avevano finalmente smesso di litigare, che Nixon era impegnato con gli scandali a casa sua, ma il mondo era in subbuglio. A settembre il golpe cileno aveva ucciso l’esperimento socialista, e in Italia la minaccia di un golpe militare non era poi da escludere. Gli attentati a treni, questure, piazze erano troppo frequenti, il governo aveva sciolto Ordine Nuovo, ma gli esponenti violenti erano liberi e le battaglie in strada tra studenti di destra e sinistra erano quotidiane. Si respirava un senso di insicurezza, di precarietà, di instabilità. Persino la Chiesa di papa Paolo VI quell’anno aveva concluso la riforma della Liturgia: dopo duemila anni si sarebbe pregato in modo diverso.
La televisione illuminava la sala con la sua luce grigiastra: nessuna buona notizia. Era forse proprio quel grigio ad intristire gli animi. Gli anni di piombo non erano ancora arrivati, ma il colore si, quello già occupava a forza l’aria che respiravamo. Quattro persone intanto aspettavano la mezzanotte, per guidare finalmente verso casa la loro stupida auto con la targa sbagliata. E bevevano quattro punch. Papà brontolava.
Per fortuna il giorno dopo sarebbe tutto passato: io sarei andata a scuola a piedi, tuffandomi di nuovo nella neve bianca lungo il percorso. Bianco: il colore del freddo e del silenzio. Le bambole sarebbero rimaste ancora sulla mensola, in attesa del loro bagno. Non sapevo che targa avesse l’auto di papà. Pari o dispari? Solo più avanti avrei imparato a contare, a riconoscere i numeri e a comprenderne il significato. Io avevo 11 anni, numero dispari, e il mondo mi sembrava grigio e triste.
Ma poi si cresce. La rivoluzione dei garofani avrebbe portato colore al Portogallo e alla democrazia. Le gonne a fiori avrebbero sostituito i calzettoni di lana infeltrita, a fine inverno. La televisione continuava a trasmettere grigiastre le immagini di piazza della Loggia, dell’Italicus. Ma era scesa dal muro del bar. Venduta la macchina del caffè, chiuse le stanze gelide del piano di sopra, la mamma aveva trovato lavoro in ufficio. Si concludeva un periodo, si cambiava pagina. Non avrei più fatto i tuffi nella neve, e nemmeno il bagno alle bambole. L’inverno del ’73 avrebbe segnato la mia coscienza, sarebbe stata una tappa nella mia vita. Punto di partenza per una stagione nuova, l’adolescenza. Non sapevo che targa avesse l’auto di papà. Pari o dispari? Allora non lo sapevo. |