L’anno Mille stava per arrivare. In verità mancava ancora qualche anno, ma il tempo vola, e il Mille sarebbe arrivato presto. Mille: un numero tondo, un numero magico, ma anche un numero funesto. - Mille e non più mille - si diceva nelle strade, giù in città. Il vescovo l’aveva detto anche dal pulpito, la domenica: - Arriverà l’anno Mille, gli angeli suoneranno le trombe del Giudizio, il mondo finirà all’improvviso e si porterà via le anime dannate… - Sembrava davvero che il mondo dovesse finire tutto ad un tratto. Il mondo e tutta la sua storia; uomini, bestie, piante e sassi… tutto avrebbe avuto la sua fine, sprofondando nel buio. Era tempo di pentimenti, di redenzioni, di paure e superstizioni. Ogni lampo nel cielo, ogni tremar della terra, ogni sibilo del vento e ogni ululato nel bosco potevano annunciare la fine del mondo. A settembre era passata la cometa, nel cielo d’occidente, e aveva annunciato con certezza pestilenze e carestie. Certo scompariva col canto del gallo, ma poi ricompariva, ostinata, la notte successiva. Così per tre mesi… Si stava guardinghi, per spiare ogni movimento che potesse rivelare la presenza degli angeli, o forse piuttosto dei diavoli. In Valsassina volavano le aquile, sopra i monti. Ampi cerchi con le grandi ali spiegate, per disegnare forme perfette nell’azzurro del cielo. Martino sapeva che antiche popolazioni leggevano segnali divini, nel volo degli uccelli. Gli antichi, si diceva, avevano sacerdoti in grado di predire il futuro, proprio osservando i volatili nell’aria. Ma ora, a ridosso dell’anno Mille, interpretare i segni della natura era considerata una pratica pagana, da abbandonare. Il vescovo l’aveva ben detto, che il divino non si manifesta attraverso il mondo animale. Era considerato sfacciato, e forse anche peccato, cercare di interpretare il futuro: - Siamo tutti nelle mani di Dio, solo Lui conosce e decide il nostro destino - tuonava il prete, di fronte a pratiche misteriose, come quella di leggere nelle viscere degli agnelli, contare le stelle cadenti, raccogliere sassolini bianchi nella notte o cercare di indovinare se il bambino che doveva nascere era maschio o femmina. Martino, però, era terribilmente attratto dal volo delle aquile. Appena poteva, scappava dai suoi lavori quotidiani e si sdraiava nel prato, ad osservare per lunghi momenti quei voli silenziosi. L’erba fresca sotto la schiena era piacevole, il profumo della terra bagnata di pioggia era tra i suoi preferiti. Martino osservava gli uccelli, contro il cielo azzurro. Si concentrava talmente sulle loro evoluzioni, che non aveva più bisogno di schermarsi gli occhi con la mano, per difendersi dalla luce del sole. Il sole, poi, gli scaldava il corpo con un tepore vaporoso. Il mondo sotto i piedi gli sembrava allora lontano, il suo corpo diveniva leggero, e gli sembrava di potersi levare in volo con i rapaci. Le membra divenivano robuste ali piumate, la vista acuta, e Martino compiva ampi giri nel cielo, sopra la Valle. Vedeva le piccole case grigie di Pasturo raggruppate attorno alla chiesa, le donne attorno alla fontana. Più in là i prati verdi, col bestiame al pascolo. Il Pioverna argentato scorreva lento nella piana, dopo esser sceso a ripidi balzi giù dalle pendici della Grigna. Vedeva Bajedo con la sua Rocca, posta lassù sopra i sassi, sopra i castagni e i faggi, a difesa della Valle e della sua indipendenza. Sotto la Rocca, nella Chiusa, il ponte di pietra scavalcava il fiume, che se ne andava tranquillo verso Introbio. E scendeva oltre ancora, verso Primaluna e Cortenuova, e poi vigoroso a precipizio lungo la valle, fino al lago. Nei paesi, le torri quadrate di pietra spuntavano sopra le case: da lì i signori feudali dominavano sui villaggi e sulle genti di tutta la valle. Signori indiscussi di Primaluna diventeranno presto i Della Torre, investiti d’autorità dall’arcivescovo stesso. Di lì a qualche tempo, il capostipite della famiglia sarebbe addirittura partito per le Crociate, accompagnando personaggi illustri, come Corrado III e Luigi VII. Ma in Terra Santa sarebbe anche morto, il povero Della Torre, lasciando il simbolo della mezzaluna sullo stemma di famiglia, come ricordo del suo sacrificio. Favoriti dunque dalla Chiesa, sopra i Della Torre, nella scala gerarchica, c’era solo il re. Martino però non capiva molto di queste cose: il re non l’aveva mai visto, e nemmeno l’arcivescovo. Chissà che faccia avevano, e se mangiavano anche loro minestra di lenticchie, come lui. Si diceva che il re non ne volesse sapere del pane nero fatto con la farina di segale, ma mangiasse solo pane bianco. E addirittura che bevesse ogni giorno vino leggero, come quello della messa la domenica. Possibile? Dicevano anche che vestisse morbide vesti di lana leggera, tessute dalle mani di fanciulle vergini. Non maglie di lana grezza, come quella che indossava ogni giorno Martino, che gli faceva prudere la schiena e arrossare il collo… La sua maglia l’aveva tessuta la madre Eresinda: una maglia per ogni figlio, per tenerli caldi d’inverno, quando la neve e il gelo occupavano la valle. Quello era il tempo in cui i feudatari di Introbio e Primaluna non erano più signori della Valsassina, e nemmeno il conte Attone, che veniva su da Lecco per pretendere i tributi fino a Bajedo. Signore indiscusso della Valle, per tre mesi almeno, era allora l’Inverno. Viaggiava veloce e leggero sul Pioverna ghiacciato, avvolgeva col suo mantello brinato ogni albero, ogni sasso, ogni filo d’erba. Nelle giornate più limpide il vento soffiava forte, agitando le cime degli alberi e soffiando la neve dalle creste delle montagne. Era allora tempo di raccogliersi attorno al fuoco del camino, a macinare le castagne secche, per farne farina. Martino pensava alle aquile, libere nell’aria gelida dell’inverno, che volteggiavano tranquille a caccia di conigli. Si sentiva in trappola nella sua misera casa, al buio di una lampada ad olio troppo fioca, e al freddo di un camino con poca legna. La madre filava la lana, senza nemmeno guardare quel che faceva. Le mani scorrevano veloci sul filo, abituate allo stesso gesto da generazioni. Filo che era sempre troppo ruvido e puzzava di selvatico. Martino pensava alle vesti del re: sottovesti di lino candido, abiti di lana morbida, caldi mantelli di pelliccia, scarpe di pelle e cappelli di piume. Piume… penne… I pensieri vagavano lontani. I rapaci volteggiavano instancabili d’estate e d’inverno. Martino all’improvviso prese il mantello e corse fuori, attraversò il cortile, prese il viottolo a sinistra e in un attimo attraversò il paese. La neve gli arrivava al ginocchio, gli entrava nelle scarpe, gli bagnava i piedi. L’aria fredda gli entrava nel naso, gli pizzicava la gola, gli gelava le orecchie. Martino salì verso la Rocca, là dove d’estate le grandi rocce rosse affioravano tra l’erba, e dove i castagni circondavano i prati. Lì c’era il suo prato, da dove poteva osservare entrambi i versanti della valle: da una parte Pasturo e i piccoli paesi sull’altopiano, dall’altra Introbio e la cascata alle sue spalle. Su quel prato, d’estate, Martino si sdraiava nell’erba, per annusare il profumo della terra e dei fiori. Non pensava più alla legna da spaccare, ai pesanti sacchi da trasportare, alle pecore da mungere e tosare, alla fatica e alla fame di tutti i giorni. Per un momento era solo, per poter ammirare le aquile che volteggiavano sopra la Valle. Erano là: c’erano anche questa volta. Martino non resistette, si gettò nella neve. Sprofondò nella coltre morbida e fredda. Riparò gli occhi con la mano: il bagliore della luce riflesso sulla neve era troppo forte per i suoi occhi. Seguì i cerchi ampi disegnati nell’aria pulita. Poi piano piano si abituò, levò la mano dagli occhi e iniziò a volare anche lui, come sempre. Saliva a grandi cerchi, seguendo la corrente termica che lo trasportava, leggero. L’aria aveva un altro odore, lassù, e i colori erano più vivi. L’aquila volteggiava tranquilla sopra di lui, come a proteggerlo con le sue ali. Martino osservava la sua Valle, ancora una volta. Le mura della Rocca di Bajedo erano imponenti, sopra le pareti grigie della montagna. Non c’erano le foglie verdi degli alberi a coprire le torri e nascondere i soldati, come in estate. Il vessillo sventolava forte, nel vento freddo, dalla torre più elevata. Dal cortile si alzavano un filo di fumo e rumore di metallo: i soldati affilavano le lame delle spade, in previsione di chissà quale battaglia. Un soldato guardò in alto, attratto da un rumore, da un battito leggero d’ali. Un grande rapace volteggiava sopra la Rocca, con le ali spiegate, il robusto becco adunco, gli occhi svelti, in cerca di una preda. I soldati giù sul ponte avevano fermato un mercante, con un carro carico di sale. Gli stavano chiedendo l’autorizzazione, per il trasporto di quel sale. Il mercante veniva da Lecco, per vendere la sua merce nella Valle: il sale era un bene prezioso quanto l’argento, e l’uomo avrebbe potuto guadagnare parecchi soldi. Avesse potuto Martino avere un po’ di quel sale da portare alla madre… L’aquila concentrava i cerchi del suo volo, sempre più stretti. Poi all’improvviso scese in picchiata, veloce come un proiettile. Martino l’aveva persa di vista: l’azione era stata così rapida che in un battito di palpebre l’aquila era scomparsa. Ma… eccola, risalire lenta dopo un attimo, appesantita da un coniglio bianco, tra le zampe. Martino l’osservava ammirato. Avesse potuto lui volare in quel modo e avventarsi sulla preda… Si sarebbe certamente precipitato sul carro del mercante, giù alla Chiusa della Valle, per catturare un sacchetto di sale. E avrebbe lasciato sorpresi e sbigottiti i doganieri, che su quel sale esigevano un balzello. Sorrise divertito, pensando alla scena. Martino ripensò poi alle parole del prete, al volo degli uccelli come profezia di libertà, a sua madre che filava lana ruvida. Avrebbe voluto librarsi in volo davvero, e volteggiare sopra le torri. Le aquile come compagne, silenziose con le loro enormi ali, che proiettavano ombre gigantesche sulla terra. Nessun signore feudale sopra di lui, nessun soldato con la spada, nessuno a chiedere decime, tasse, pedaggi, tributi. Nessuno a vendere sua madre e la sua famiglia in blocco insieme alle terre… Tempo prima la nonna Walperga era stata “concessa” dal re a tale Gariberto, insieme alle terre di prato Buscante. La stessa sorte era toccata alla madre, ai figli e poi ai nipoti… in un ciclo senza fine dove anche Martino era, suo malgrado, coinvolto. Anche lui apparteneva al signore di quelle terre, per il quale doveva spaccare la legna e trasportare pesanti sacchi di castagne. Gli lasciavano talvolta guardare il volo degli uccelli, ora che era ancora un ragazzo. Ma fino a quando glielo avrebbero permesso? La neve gli stava raffreddando la schiena, le gambe, la nuca, forse anche i pensieri. Il volo stava terminando, le mani erano rattrappite e i piedi bagnati. L’aquila era scomparsa con la sua preda, forse nel nido lassù sulle vette. A fatica Martino si alzò, si scrollò la neve di dosso, insieme al sogno, e si avviò lentamente giù lungo il sentiero. Il sole era già sceso dietro la Grigna: lunghe ombre occupavano la piana di Pasturo imbiancata di neve. Tra poco sarebbe stato buio. A casa l’aspettava la madre, con la minestra di lenticchie, insipida: - …e non ti lamentare sempre, Martino. Pensa ad Esaù che ha persino venduto suo figlio, pur di mangiare un piatto di lenticchie… - Martino pensava al suo volo. Sorrise tra se: dopo un’avventura simile poteva ben accontentarsi di minestre insipide. Nessuno l’avrebbe capito, ma quel volo dava alla sua vita più sapore di qualsiasi spezia orientale. Venisse pure l’anno Mille… lui sarebbe volato via, librandosi leggero con ampi cerchi nel cielo azzurro della Valle. |