Le pesanti porte di legno si aprono cigolando sui cardini centenari, e si appoggiano al muro laterale. Una tenda color rosso cupo, bordata di vecchi brandelli di velluto color oro, mi separa ancora dell’ingresso, ma già odo le voci delle donne. Al di là della tenda vengo accolta da una ondata di profumo caldo e umido. Le lampade ad olio illuminano i marmi bianchi e grigi che ricoprono le pareti e i pavimenti. Lunghe venature color zafferano si inseguono nei bagliori tremolanti delle lampade. I sedili di pietra addossati ai muri sono coperti da vestiti, teli e drappi di mille colori gettati alla rinfusa. A terra babbucce, sandali, scarpe dalle molteplici fogge: cuoio, velluto, perline, bottoni, lacci, tacchi e fiocchi si mescolano nelle forme più bizzarre. Una donna, con una lunga veste a fiori viola e azzurri, mi accoglie con un sorriso: “Lasci pure i vestiti sulla panca”. In mano ha una pila di asciugamani a righe bianche e rosse, che si affretta ad affidarmi non appena mi libero le mani della mia borsa. I suoi occhi azzurri bordati di khol nero sembrano stanchi, ma a ben guardare rivelano un’età molto più giovane di quella che traspare piuttosto dal corpo e dall’andatura lenta. Nella sua vita ha consegnato pile di asciugamani a decine, centinaia di donne arrivate qui per un bagno. Avrà sorriso migliaia di volte all’imbarazzo di chi entra per la prima volta e inciampa nelle scarpe buttate a terra, e non sa dove appoggiare la propria roba e a volte persino se stessa. Imbarazzo di togliersi i vestiti, di osservare ed essere osservata. Improvvisamente è come dover rinunciare della protezione offerta dagli indumenti: una corazza che difende la nostra intimità dai giudizi e dalle aggressioni del mondo. La donna sorride: non sarà certo lei a giudicare la mia pelle troppo pallida, il mio ventre non più piatto, le gambe mai abbastanza lunghe. Mi avvolgo nel telo più grande che mi ha dato, e la seguo. Due ragazze chiacchierano fitto appoggiate al muro, mentre asciugano i lunghi capelli bagnati. Sollevano appena lo sguardo al mio passaggio, senza interrompere le frasi iniziate. Una donna non più giovane, chinata a terra, sta lottando con i lacci di una scarpa. Una madre allaccia i bottoni del vestito della figlia: piccoli bottoni di madreperla su un vestitino leggero color pesca, in tinta col nastro nei capelli. Il corridoio si inoltra nel cuore delle terme e il caldo aumenta: ad ogni spinta della porta giungono vampate di vapore. “Buon pomeriggio”, mi incoraggia la donna col vestito a fiori, e mi apre la porta di legno intagliato. Il caldo, umido e denso, mi assale. Trattengo il respiro, chiudo gli occhi. Poi piano piano li apro e scruto nella penombra. Ci sono delle donne sedute su un gradino di marmo. Indifferenti alla loro nudità chiacchierano sottovoce. Una donna, dalle braccia robuste e i fianchi larghi, sta massaggiando la schiena di una ragazza sdraiata. Avanzo a passi incerti, mi addosso al muro, cercando di diventare invisibile, di non occupare lo spazio e non respirare l’aria. Una voce mi sorprende alle spalle: “Proprio qui, duemila anni fa, un delitto passionale ha insanguinato quel marmo”. Mi guardo in giro sconcertata, come a cercare tracce di quel sangue tra i rivoli d’acqua e la schiuma di sapone. “Si, davvero, non è uno scherzo”, insiste la donna dalle forme imponenti, una vera matrona dall’età indefinibile. “E non era nemmeno una storia di tradimenti. Almeno non come intendete voi…”. Comincia a incuriosirmi. Mi siedo accanto alla matrona. I suoi lunghi capelli ricadono bagnati sulle spalle, e sul seno che non ha mai allattato. La sua pelle è così chiara da sembrare trasparente. Mi passa un secchio di acqua gelata in cui immergo una spugna. Mi strofino una gamba, interrogandola con lo sguardo. La donna continua il suo racconto: “Il fatto è che a lei non glie ne importava proprio nulla di quell’uomo”. Strofino l’altra gamba, il vapore comincia a colarmi dalla fronte, giù dalle ciocche di capelli. “Senatore arrogante che aveva comprato la sua dote al padre. Non l’amava neppure, era solo una questione di soldi. Magari all’inizio non era male, sai, la novità… Ma poi a furia di tradimenti, banchetti e orge… Lei, secondo te, cosa doveva fare?”. Accidenti, non saprei, cosa doveva fare? Tradirlo anche lei, chiedere il divorzio? No, Licinia si rifugiava alle terme. Passava alle terme la mattina e il pomeriggio. Qualche volta anche la sera, quando gli edili ne illuminavano le sale con torce e lucerne. Allora il bagliore dei lumi faceva tremare le venature zafferano del marmo, sopra e sotto l’acqua. Licinia, stanca e delusa, si appoggiava alla colonna centrale, e tutto sembrava girarle attorno in un vortice: l’acqua, il vapore, le voci, le luci. Pensava al marito che la trascurava, ai figli che non erano arrivati, al padre che l’aveva ceduta in cambio di una carica politica, alla madre suicida tanto tempo prima. Allungava una mano verso la vasca d’acqua calda, se ne spruzzava gocce sul viso. I capelli appiccicati alla fronte lasciavano sfuggire gocce che scivolavano insieme alle lacrime e al khol nero degli occhi. Gocce dal sapore indefinito. Sapore dell’amarezza. La donna interrompe il racconto, si bagna con l’acqua fredda del secchio e mi passa un sapone scuro, quasi nero, dall’odore forte di olio d’oliva e di soda. Adoro quell’odore, lo cerco sulla pelle e sui vestiti ogni volta che posso. Potrei passare ore ad annusare il sapone, che mi ricorda persone care, fatti lontani, nell’infanzia e più in là. Anche Licinia si passava il sapone scuro sul viso e avrebbe voluto non pensare più a nulla, se non al suo corpo abbandonato al calore dell’acqua e del vapore. “Così tutte le donne che venivano al bagno la conoscevano”, continua la matrona. E sembra quasi che anche lei fosse stata presente, duemila anni fa. “La conoscevano e la rispettavano, perché dopo tutto era la moglie del senatore”. Osservo le donne attorno a me, spogliate dei vestiti e dei gioielli. Chissà quante di loro sono mogli di senatori… “Un po’ hanno tentato di parlarle, di sapere…poi l’hanno ignorata, lei e le sue lacrime mescolate al sapone”. Erano passati i giorni, i mesi. Erano passati gli anni, e Licinia era sempre lì, immobile, appoggiata alla colonna, avvolta dal vapore e dal vorticare di pensieri, che ormai erano i soli a farle compagnia. Poi era successo tutto così in fretta: il marito si era scocciato di questa moglie stranita, dei suoi silenzi e delle sue giornate alle terme. La gente chiacchierava, lo prendevano in giro: forse che lei aveva un amante nascosto nell’acqua... Aveva mandato la sorella e la cognata a controllare, ma Licinia stava appoggiata alla colonna, la mano abbandonata sul ventre, il sapone nell’altra. Persino le sue numerose amanti l’avevano vista: faceva bene il senatore a tradirla, cosa se ne faceva di una moglie così? E infine questa storia era venuta all’orecchio di Cesare: “Poca disciplina in casa, caro senatore, dove ci porterà simile dissolutezza? Meglio sbarazzarsene subito, che tanto un’unione infeconda non serve né allo Stato nè alla carriera”. Era un ordine: bisognava obbedire. E doveva farlo di sua mano, per riscattarsi di fronte alla curia e a Cesare stesso. “Quel bastardo, tronfio di potere, era entrato nel bagno un pomeriggio, mentre la vasca era affollata di donne. Tutte dovevano assistere, perché tutte erano state colpevoli di aver nascosto, taciuto, ignorato…” Un brivido mi corre lungo la schiena. Lascio ciondolare un piede nell’acqua calda, per sentire il tepore che mi risale lungo la gamba. Stringo la spugna tra le dita come volessi stritolarla. “La lama dura e fredda del gladio ha lasciato il segno lì, sulla colonna di marmo, all’altezza del collo”, continua la donna imperterrita. “E la testa è rotolata nell’acqua”. Mi volto con orrore come a fissare la scena. Sulla colonna di marmo, una profonda scalfittura interrompe la vena color zafferano che vi si arrampica lenta. “Si dice che la testa sia ancora lì”, insiste la donna, mentre si insapona i capelli indifferente al mio stupore. “Nessuno ha mai voluto raccoglierla, e nemmeno cercarla…” Ritraggo veloce il piede dall’acqua, e mi rannicchio nel telo come per difendermi da un imminente pericolo. Sull’acqua mi sembra di scorgere un alone rossastro... Mi guardo intorno, per cercare la reazione delle altre donne a tanto macabro racconto. Nessuno ci fa caso, continuano il bagno e le chiacchiere. Il vapore si diffonde nell’aria come la nebbia sulla pianura, d’inverno. La donna ha raccolto i capelli insaponati in una crocchia in cima al capo: tutto attorno al collo si intravede ora una sottile cicatrice, come un’antica collana. Sul fondo della sala da bagno si apre la pesante porta di legno intagliato e compare la donna dal vestito a fiori, insieme a una folata di aria fredda: “Licinia, falla finita con la tua storia! Lascia stare la signora che è appena arrivata.” |